Irena Sandler, la vita dentro un barattolo

a cura di De Nigris Veronica – 

A Gerusalemme, presso il museo Yad Vashem vi è il famoso Giardino dei Giusti, ovvero i non-ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah. Ad ogni Giusto è dedicata la piantumazione di un albero, poiché tale pratica nella tradizione ebraica indica il desiderio di ricordo eterno per una persona cara. Tra i 26973 Giusti del giardino, 6706 sono polacchi. Si ricordino i coniugi Zabinski, la cui straordinaria storia è stata ispiratrice del film “La signora dello zoo di Varsavia” e rimanendo sempre nell’ambito di questa città, estremamente martoriata dalla furia nazista, spicca un’altra straordinaria storia, quella dell’eroina Irena Sandler, fino a pochi anni fa sconosciuta nella memoria degli italiani ma ben presto riportata alla luce grazie all’operato di alcuni grandi e umili artisti che hanno voluto rendere giustizia alla sua memoria come ha fatto il regista e attore Roberto Giordano assieme alla sua compagnia  con una piece  intitolata:“Irena Sandler la terza madre del ghetto di Varsavia”. Dalla penna di Giordano è nata una toccante rappresentazione biografica della Sandler, in cui è forte e chiara la lotta tra vita e morte, speranza e dolore. Spettacolo a cui abbiamo avuto il piacere di assistere noi studenti della 5ªS2, 5ªS3,  5ªC2,  con un silenzio incredulo agli orrori delle sevizie naziste nei confronti di esseri umani che come unica colpa avevano una diversa appartenenza religiosa. All’interno del Teatro Nuovo di Napoli, incastonato nel cuore del quartiere spagnolo, si sono sentiti echeggiare altri grandi voci della storia, vittime delle brutture della guerra tra cui la flebile voce del piccolo Sergio De Simone, bimbo napoletano divenuto cavia umana dei diabolici esperimenti del professor Mengel.

Obiettivo comune della compagnia era quello di diffondere il messaggio di bontà di Irena Sendler, che con coraggio, altruismo e generosità, ha salvato dal ghetto di Varsavia, insieme ai suoi collaboratori, più di 2500 bambini, destinati a morte certa. Fu chiamata “la terza madre”, perché molti bambini ebrei di Varsavia, avendo perso la madre naturale (la “prima madre”), assassinata dagli aguzzini, furono da lei affidati, con falsi documenti con nomi cristiani, alle cure di donne polacche di buon cuore (“seconde madri”). La Sendler (“terza madre”) annotò i veri nomi dei bambini accanto a quelli falsi e seppellì gli elenchi dentro bottiglie e vasetti di marmellata sotto un albero del suo giardino, nella speranza di poter un giorno riconsegnare i bambini ai loro genitori.Catturata e torturata dagli invasori, nell’ottobre del ’43, non parlò, non svelando i segreti della resistenza polacca, di cui pure era a conoscenza. Si salvò, pur restando menomata per tutta la vita a seguito delle feroci sevizie subite (le furono fratturate entrambe le gambe). Al suo nome sono state intitolate diverse scuole, in Polonia e in Germania, è stata pubblicamente elogiata, nel 2003, da papa Giovanni Paolo II, e nello stesso anno le è stata conferita la più alta decorazione civile della Polonia, l’Ordine dell’Aquila Bianca, oltre al Premio JanKarski “Per il Coraggio e il Cuore”.  Questi onori, tuttavia, non hanno mai minimamente scalfito l’innata semplicità della Sandler fino alla sua morte nel 2008, lasciandoci parole come queste: “Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria”, “avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai” oppure “la cosa più importante, nella vita, è la bontà”.

Sono innumerevoli i modi per essere ricordati, in grande ma anche in piccolo, uomini o donne che siamo, ma una cosa è certa: se si verrà ricordati per la bontà, la strada più ardua e la più onesta, vuol dire che ci si è  ostinati a vedere del buono anche laddove non vi era un briciolo di umanità. Grazie Irena Sandler!