Cuma: la fenice dell’archeologia Campana. La lunga attesa di una riqualificazione (forse) imminente

Classe 3ªC2 – Team cumesi@28 – 

Sotto il cielo flegreo sentiamo ancora una volta l’esigenza

di non espungere dal presente la storia del passato,

che dobbiamo decifrare e rivelare nella sua autenticità,

nella sua nudità creativa.

M. Gigante

Uno sguardo ad un passato non troppo lontano.
Alla fine degli anni ’80 si è tenuto a Napoli un convegno internazionale dal titolo “Civiltà dei Campi Flegrei”, un’iniziativa promossa dal comitato virgiliano della regione Campania in collaborazione con il consorzio per la valorizzazione e lo sviluppo integrato dei Campi Flegrei. Il convegno, oltre a toccare tematiche di interesse letterario, artistico e archeologico, nella sua ultima parte, si è proposto di offrire una disamina delle problematiche paesistiche, ambientali e culturali relative non solo all’intera area flegrea ma in particolare allo stato di conservazione di alcuni siti come quello di Cuma. L’area dei Campi Flegrei, infatti,è stata interessata da un allarmante processo di degrado prima urbanistico, poi ambientale a partire già dal secondo dopoguerra quando, nella zona compresa tra la collina di Posillipo e l’isola di Nisida, fu impiantato lo stabilimento dell’Ilva poi Italsider cosa che non solo ha dato luogo ad una lunga ed intensa fase di inquinamento, ma ha anche ispirato il processo di trasformazione di un territorio dalle antichissime memorie storiche in “una periferia priva di ogni senso estetico”. Il processo di aggressione del territorio flegreo è proseguito colpendo altre zone celebri dell’area: i tre laghi Lucrino, Averno e Fusaro sono diventati luoghi di sversamento illegale di sistemi fognari abusivi e improvvisati.
Inoltre, a partire dagli anni ’70, la zona dei laghi flegrei è stata ulteriormente interessata da un processo di creazione di luoghi adibiti alla ristorazione e all’intrattenimento come discoteche e locali affini che hanno non solo deturpato con le loro strutture le sponde dei laghi, ma hanno contribuito ancora di più all’inquinamento delle loro acque. Basti pensare che gli esami condotti dalla USL 22 durante quel periodo hanno rilevato una presenza ben oltre sei volte maggiore al limite possibile di batteri coliformi solo all’interno della zona del Fusaro. Non è meglio capitato ai luoghi collinari celebri nel passato per la presenza delpulvisputeolanus ossia per la pozzolana che alimentava una fitta ed estesa vegetazione boschiva la cui area è stata occupata durante gli anni ‘80 o da discoteche o da improvvisate discariche di auto. A partire da tale periodo, soprattutto dopo il terremoto (23 novembre 1980), la zona orientale dei Campi Flegrei è stata occupata dalla maggior parte delle famiglie sfollate dal centro di Napoli e concentrate in quello che è diventato il centro urbano di Monteruscello, in pratica alle spalle della zona di Cuma. Tutti questi interventi hanno contribuito in modo terribile alla minaccia della sopravvivenza non solo di un ambiente ma anche di un paesaggio che custodisce la memoria, le suggestioni, le leggende relative al mondo greco-romano e che sono state immortalate da opere come l’Eneide, l’Odissea, gli scritti degli storici e dei geografi antichi, paesaggio ed ambiente che custodiscono inestimabili resti archeologici. Il convegno succitato si concludeva con delle proposte che furono presentate all’attenzione dell’allora presidente Cossiga (dal 1985 al 1992) e che contemplavano i seguenti punti:

1) creare una politica ambientale definita nell’Atto Unico Europeo con interventi comunitari più energici rispetto a quelli statali,

2) adottare la nozione di ambiente come suscettibile della tutela comunitaria con orientamenti dotati di interesse paesaggistico e storico e l’aumento di diversi strumenti preventivi diretti ed indiretti utilizzabili per prevenire e reprimere l’inosservanza delle prescrizioni comunitarie in materia ambientale.

Al fine di offrire una risposta concreta agli auspici di valorizzazione e di miglioramento dell’area archeologica flegrea, nel 1987 partì un’importante iniziativa culturale: il progetto EUBEA il cui obiettivo fu quello di attuare il recupero e la valorizzazione del patrimonio archeologico non solo della zona flegrea ma anche partenopea, progetto che fu promosso dalla Fondazione Napoli 99, una Onlus fondata nell’ottobre 1984 su iniziativa di Maurizio Barracco e Mirella Stampa Barracco che negli anni ha ricevuto non poche onorificenze per i preziosi meriti relativi a numerose iniziative di salvaguardia del patrimonio archeologico campano. Il progetto EUBEA, finanziato con ben 32.000.000 di vecchie lire, tra le numerose iniziative, eseguì le seguenti attività di studio coinvolgendo una numerosa equipe di circa 400 studiosi che realizzarono tra il 1987 e il 1990 i seguenti prodotti di ricerca:

  • Catalogazione in formato ICCD di 10 complessi e monumenti archeologici, 550 emergenze archeologiche, 11 scavi stratigrafici, 5000 beni mobili, dati ambientali con relativa documentazione fotografica e posizionamento su cartaarcheologica IGM digitalizzata in scala 1:25000 e diverse scale di dettaglio 1:2000, 1:100, 1:50, relativi al centro storico di Napoli e al territorio flegreo (Cuma, Puteoli, Misenum, Baia, Pithecusae – Ischia) per un’estensione di 100 kmq ed un totale di 45000 schede e 14000 immagini prodotte e memorizzate su supporti magnetici ed ottici.
  • Schedatura di 1000 disegni, incisioni, miniature e gouaches sui Campi Flegrei da vari musei e archivi.
  • Realizzazione di 11 plastici di monumenti archeologici in scala 1:10000.
  • Mostra tematica al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e pubblicazioni a stampa dei risultati e monografie scientifiche (tra le quali si segnalano I campi Flegrei, un itinerario archeologico, Napoli 1990 e Il destino della Sibilla, mito, scienza e storia dei campi flegrei, Napoli 1986).

E ….oggi?
A distanza di una quarantina di anni, il parco archeologico di Cuma riceve l’attenzione da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo che coni fondi strutturali europei di sviluppo regionale (FESR) relativi alla programmazione 2014- 2020 stanzia ben 4.600.464,00 di euro (3.450.348 da parte dell’Unione europea e 1.150.116 dal fondo di rotazione) per attuare lavori di restauro e di valorizzazione di un’area di 30.000 mq di superficie. L’obiettivo di tale progetto è garantire una nuova fruizione dell’area archeologica da parte del pubblico. Tali lavori saranno realizzati come ente attuatore dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei il quale ha già intrapreso altri importanti lavori di restauro che hanno interessato l’area occidentale: quella del parco sommerso di Baia e del sito delle sue terme e di un’ala del suo celebre castello aragonese che ospita il museo flegreo. Si segnalano inoltre, all’interno del comune di Pozzuoli (l’antica Dicearchia poi nota ai romani come Puteoli) ulteriori lavori di restauro in corso e in parte realizzati relativi ad altri celebri monumenti come il tempio di Serapide e l’Anfiteatro flavio. La cosa che sorprende è che al momento, per quanto attiene il restauro dell’area cumana, non è stato effettuato ancora alcun pagamento e l’inizio dei lavori è previsto per il prossimo primo febbraio, anche se tale inizio non è dichiarato come effettivo sul sito di Open-coesione. La cosa ci suscita non pochi interrogativi e ci ha invogliato a tentare una prima “esplorazione” del sito per il cui tramite abbiamo svolto alcune osservazioni di seguito riportate. Ci ripromettiamo di ritornarvi nella seconda parte del prossimo mese al fine di monitorare l’effettivo inizio di tali lavori o di riuscire a capire in qualche modo il sorgere di possibili ragioni di ritardo.

Le ragioni della nostra scelta.
Abbiamo scelto di monitorare il sito archeologico di Cuma in quanto è stata trale prime colonie greche ad essere fondata in Italia, e proprio per questa sua importanza il parco archeologico deve essere salvaguardato. Nella nostra prima visita abbiamo potuto osservare solo una parte dell’intera area, ovvero il tempio di Apollo e l’antro della Sibilla, entrambi situati nella parte alta di Cuma. Della fase più antica (greca e sannitica) è rimasto poco, anche perché alcune parti del tempio sono ancora interrate o nascoste dalla vegetazione: questo puo’ essere un primo punto su cui lavorare per valorizzare ulteriormente ciò che ad oggi sembra non essere ben custodito e difeso: il tempio di Apollo con i suoi resti si presenta senza alcuna “difesa” che possa impedire ai turisti di circolare tra i suoi resti soggetti al pubblico calpestio. Il punto sicuramente più celebre di Cumae carico di fascino è il cosiddetto antro della Sibilla, che a differenza del tempio, ci è sembrato meglio conservato e più curato, tranne che per la presenza di tubi di metallo e di altri corpi “estranei” ammassati confusamente presso il suo ingresso; l’antro è, come noto, un luogo di scavo ancora incompleto per quanto molto suggestivo e affascinante: infatti erano presenti impalcature, travi di sostegno e altro materiale da lavoro confusamente depositato. Nonostante ciò, all’entrata abbiamo gradito la presenza di un pannello che ne ripercorreva la storia a partire dalla sua non casuale scoperta, ma secondo noi andrebbe controllato meglio l’interno del dromos: erano infatti presenti animali come piccioni che spesso nidificano all’interno di strutture archeologiche contribuendo al loro deturpamento. Inoltre, lungo il percorso della via sacra che conduce all’area dei templi di Apollo e di Giove occorrerebbe la presenza di personale addetto alla sicurezza che vigili su possibili comportamenti scorretti da parte di turisti maleducati che continuano a gettare piccoli rifiuti (tra i quali lattine e mozziconi di sigarette) nella macchia boschiva che circonda il sito di Cuma, retaggio di quella che fu nota agli antichi con il nome di Silva gallinara. Indubbiamente già tali elementi costituiscono delle minacce da non sottovalutare per la conservazione del sito, che ancora regala forti emozioni quando lo si attraversa, apparendoci in qualche modo ancora “vivo”; non possiamo consentire il suo degrado, dunque aspettiamo l’inizio dei tanto annunciati lavori di riqualificazione. Un ulteriore aspetto che auspichiamo che venga migliorato è il quadro orario che scandisce le visite dall’apertura fino alla chiusura troppo anticipata soprattutto nel mese di ottobre (periodo della nostra prima visita) e che compromette un’affluenza più serena e tranquilla da parte dei turisti all’antico sito cumano. Nell’attesa di riesplorare il tutto, abbiamo realizzato delle piccole inchieste incentrate su due aspetti: il grado di notorietà di cui il sito cumano gode al di fuori del territorio partenopeo (in una area più circoscritta come quella alla quale apparteniamo) e gli aspetti che suggeriamo possano essere contemplati nel processo di riqualificazione che l’area merita di avere.

Sitografia:

  • www.opencoesione.gov.it
  • www.napolinovantanove.org
  • www.archaeologicalcomputing.isma.cnr.it

Bibliografia minima:

  • Civiltà dei Campi Flegrei. Atti del Convegno internazionale, Napoli 1992.
  • I Campi flegrei. Un itinerario archeologico, Napoli 1990