Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nelle scienze

di Ester Cassella, 5ªS2 – Liceo Scientifico –

Le mimose raccolte dall’albero in giardino e gli auguri alle donne di casa richiamano, l’8 marzo di ogni anno, l’importanza di ricordare le discriminazioni di genere che hanno scandito la storia dei secoli scorsi e la necessità di affermare ogni giorno il riconoscimento di eguali diritti alle donne.

La parità di genere che cerchiamo di preservare con questa ricorrenza è inevitabilmente legata ad ogni aspetto della vita e della società, dall’istruzione alla libertà decisionale in età adulta fino alle pari opportunità lavorative e di carriera. Chiaramente l’8 marzo non basta… E’ necessario che, fra gli altri, il binomio uguaglianza di genere-scienza diventi di fondamentale importanza per garantire quel margine di sviluppo che proietta nel futuro il mondo in continua evoluzione in cui viviamo.

“Promuovere la piena ed equa partecipazione di donne e ragazze nelle scienze, in materia di istruzione, formazione, occupazione e processi decisionali”: questo è l’intento di sensibilizzazione rivolto dall’ONU agli Stati membri, alle Università e alla società in generale l’11 Febbraio 2015, attraverso l’istituzione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza.

Pensare che si tratti di una ricorrenza banale, non necessaria, o da lasciar passare inosservata è del tutto in contraddizione con quanto la storia stessa ci insegna.

Siamo abituati, infatti, ad una scienza tutta al maschile, in cui i ricercatori, i fisici, i chimici, le “grandi menti” del passato hanno la barba lunga, lo sguardo fiero e l’espressione inerme. Lavoisier diede i nomi ai due principali componenti dell’aria: l’idrogeno e l’ossigeno; Isaac Newton scoprì la gravità e Edward Jenner il vaccino contro il vaiolo… ma ne siamo proprio sicuri?

In realtà, fu solo grazie alla collaborazione della moglie Marie-Anne Pierrette Pauze che il noto scienziato francese fu in grado di studiare dettagliatamente la molecola di ossigeno, così come solo sulla base degli studi dell’Italiana Laura Bassi (terza donna ad ottenere un diploma universitario nel mondo occidentale e prima docente universitaria al mondo) che Newton ebbe l’illuminante idea di una forza che ci attrae verso il centro della terra; neanche Jenner risulta essere un pioniere dati i diversi studi condotti e portati egregiamente avanti dalla nobile Lady Montagu relativamente alla vaccinazione anti-vaiolo.

Questa giornata nasce dunque con l’intento di portare alla luce menti come queste, ingiustamente nascoste e mascherate dal volto, molto più semplice da presentare, di un uomo. L’11 febbraio ci invita anche a riflettere sugli innumerevoli casi di donne con un’innata indole ed inclinazione scientifica, che fin dall’antica Grecia hanno finto di avere sembianze maschili pur di conseguire un’istruzione degna di nota, contro tutte quelle ideologie volte alla delineazione di insensate teorie secondo cui la natura e le capacità cognitive femminili sono troppo lontane dal campo dell’istruzione e della ricerca.

Fortunatamente, pur con tutte le controversie e le difficoltà che si sono ritrovate a dover affrontare, le “donne scienziato” hanno avuto modo di emergere e di ottenere diversi riconoscimenti durante il secolo scorso. Il ‘900 ci rimanda a nomi come quello di Rita Levi Montalcini, la quale, nonostante le diverse resistenze del padre, uomo di scienza ma ancora legato ad una concezione vittoriana della donna, riuscì a farsi spazio nella medicina e addirittura a distinguersi con l’analisi e l’illustrazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa, scoperta che le avrebbe assicurato nel 1986 il premio Nobel per la medicina.

Non meno degna di nota è la figura di Margherita Hack, membro delle più prestigiose società fisiche e astronomiche (tra cui l’ESA e la NASA) e anche direttrice del Dipartimento di Astronomia dell’università di Trieste. La britannica Rosalind Franklin ha invece portato egregiamente avanti la ricerca medica scoprendo l’esistenza di ben due diverse forme di DNA, mentre la chimica e fisica polacca Marie Curie ha ricevuto, nel 1903, il premio Nobel per la chimica isolando il radio ed il polonio.

Grazie a molte altre donne come queste, la storia ci ha dato finalmente l’onore di inserire dei contributi femminili nell’elenco delle scoperte scientifiche e banalizzare tale conquista sarebbe controproducente e regressivo.

Infatti, i dati del mondo contemporaneo ci confermano quanto sia ancora necessario un percorso di sensibilizzazione: le ragazze continuano ad essere escluse dai piani alti della scienza: oggi meno del 30% dei ricercatori in tutto il mondo sono donne. Secondo i dati dell’UNESCO (2014-2016), solo il 30% circa di tutte le studentesse sceglie le materie scientifiche (STEM) nell’istruzione superiore. Globalmente, l’iscrizione delle studentesse è particolarmente bassa in ICT (3%), scienze naturali, matematica e statistica (5%) e in ingegneria, produzione e costruzione (8%).

Gli esempi citati devono essere il punto di partenza di una crescita non lineare, bensì esponenziale di queste percentuali.

“ Il mondo non deve essere privato del potenziale, dell’intelligenza o della creatività delle migliaia di donne vittime di disuguaglianze e pregiudizi profondi” (Audrey Azoulay, direttore generale dell’UNESCO.)